L'interiore e l'esteriore

XXII Domenica del T.O.

L'interiore e l'esteriore

Il Vangelo di oggi ci presenta due problemi: la questione della tradizione che soppianta i comandamenti e la questione di ciò che sporca l’uomo.

La prima questione: la tradizione. Il Deuteronomio lega le prescrizioni alla prossimità di Dio. Nella prima lettura si parla di tutti i comandamenti e le norme. Con questo non si designa soltanto i comandamenti ma anche tutte le prescrizioni legali compreso lavarsi le mani prima del pranzo; ciò che Gesù chiama “le tradizioni degli antichi”. “Qual’ è la grande nazione di cui Dio sia vicino come il Signore?”. Le prescrizioni avevano lo scopo di inserire la fede e il culto in tutti i dettagli della vita, anche i più piccoli. Tutto è religioso per Israele, tutto è occasione per una relazione con Dio. Questo non è affatto sorpassato: è vero che la nostra fede, la nostra speranza e il nostro amore si giocano in tutto, in tutte le cose. Tutto è compreso nell’Alleanza. Allora perché Gesù critica queste tradizioni?

Il passaggio dalla fede al rito. Tutta l’esistenza è dono vissuto da Israele come una liturgia. Ogni liturgia ha le sue regole e le sue rubriche. Di colpo lo spirito può fermarsi sul rito, la realizzazione dei gesti prescritti e scontrarsi con la prossimità di Dio, la fede e l’amore che questi riti sono destinati ad esprimere e incarnare. Si ha davanti “le tradizioni degli antichi” e non Dio stesso. Ciò avviene inevitabilmente quando i gesti significativi sono prescritti e codificati. Anche i sacramenti non sfuggono a questa degradazione. Ma Gesù nell’atteggiamento dei farisei rileva qualcosa di più profondo: mette in opposizione il comandamento di Dio con i gesti inventati dagli uomini per rendere il culto a Dio.
La vera religione è accoglienza di una parola che viene da Dio. La paura di questa intrusione spinge gli uomini ad occupare spazi della relazione con Dio con dei riti che non esprimono ciò che è in essi, falsando ciò che Dio dice di sè stesso e degli uomini.

La parola che germina. La seconda lettura ci parla della Parola come di un seme. Quindi come di qualcosa che vive, che fermenta, che produce del nuovo, che trasforma. E’ il “non ancora” che produce in noi attraverso l’azione di Dio, attraverso una fiducia senza limiti una apertura incondizionata alla novità. Una novità molto antica: la religione è “di venire in aiuto agli orfani, alle vedove nella loro sofferenza e di conservarsi in mezzo al mondo” Guardarsi è tenersi lontano da ciò che sporca l’uomo e che Gesù enumera alla fine della terza lettura. Guardando la lista da vicino ci si rende conto che la lista non fa che enumerare il contrario dell’amore. La tradizione giudaica vuole manifestare Dio presente in tutte le cose. Scopriamo qui che questa “religione in tutte le cose” si traduce in amare in tutte le cose.

L’interiore e l’esteriore. “Ciò che esce dall’uomo è ciò che sporca l’uomo”. Questo passaggio è capitale: Gesù indica l’origine del male umano: non c’è da cercarlo al di fuori del desiderio dell’uomo; in uno “slittamento“ della libertà. Ciò che viene dal di fuori non può niente contro di noi: o è la Parola di Dio (opposta alle tradizioni che vengono dagli uomini), parola creatrice o ci sono le ferite portate dagli elementi o dagli altri uomini: la Croce ci ha mostrato che questo non può impedirci di amare, dunque di accedere sempre al livello di Figli di Dio.

Copyright © 2017 giuseppemani.it - Powered by NOVA OPERA

Informativa

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy.
Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie.
Maggiori informazioni Ok