Epifania del Signore

2019

Epifania del Signore

Epifania vuol dire manifestazione. Ora è tutta la vita e la morte di Cristo che sono una manifestazione. La sua nascita è la venuta alla luce di ciò che era nascosto nei secoli. Anche il battesimo di Gesù è una manifestazione. ”Questo è mio Figlio Diletto”- Tutti gli atti e le parole di Gesù sono manifestazione ma la manifestazione piena è la Pasqua “Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Lui ha dato la vita per noi”. Bisogna concludere che l’episodio della venuta dei magi ricapitola in una scena suggestiva la dimensione “manifestazione” di tutto il Vangelo. Questa scena ha lo scopo di mostrarci che tutto ciò che si trova alla fine si trova all’inizio, alla nascita di Gesù. Giovanni nel Prologo e San Paolo nelle sue lettere dicono che era là dall’inizio del mondo.

Il Dio dei Giudei è il Dio di tutti. Il sottile gioco della Bibbia è di passare dal più piccolo al più grande, dal particolare all’universale. Quello che ha colpito i primi cristiani è che l’eredità d’Israele (il particolare) è destinato a tutti gli uomini (l’universale) come si ascolta oggi nella seconda lettura. Quando Giovanni nel Prologo scrive: “La vera luce che illumina ogni uomo venne nel mondo” non è una banalità ma la presa di posizione. Dio non è che il Dio dei giudei. Del solo fatto che è unico non può essere che Dio di tutti. Un popolo particolare è stato scelto per annunciare a tutti i popoli le meraviglie di Dio. Gerusalemme non è là che per i Magi, per gli stranieri. La fede cristiana non può essere annessa: è il bene di tutti. Se un popolo è stato scelto è in vista di tutti gli altri. Una maniera sottile di annessione consiste nel fermare nei riti le formule, i modi di pensiero di una determinata cultura, è tornare dal particolare all’universale. Certamente la fede universale è obbligata ad investirsi nella particolarità della cultura dominante dei credenti, ma l’errore consiste nel confondere la fede con le espressioni della cultura e assolutizzarle. Così oggi il cristianesimo appare come un fenomeno occidentale. Fortunatamente Israele è sempre là, il vettore del cristianesimo, il suo raggio portatore, popolo dappertutto e da nessuna parte, universale nella medesima particolarità. La nostra fede dovrà ritrovare la particolarità di tutti i popoli, di tutti i magi, particolarizzarsi nell’essere delle altre culture. L’universale diverrà allora la comunione di tutti i “particolari”.

Gerusalemme e i magi. Ciò che sto per dire sembrerà un po’ astratto a qualcuno. Torniamo a ciò che avvenne a Gerusalemme: siamo in un evento immagine. Dei saggi orientali ricevono la rivelazione della nascita di Cristo all’interno delle loro culture e attraverso i mezzi della loro scienza astronomica. La stella è un segno della luce, un segno cosmico. Qualcosa che appartiene a tutti. Questa stella non basta, i pagani devono andare ad informarsi presso i Giudei sul luogo e la presenza del Cristo. Il popolo eletto, col tempio non è il luogo della residenza di Dio? Erode e Gerusalemme “fremono” d’inquietudine. Perché? Perché la sola presenza dei magi fa loro prevedere che saranno privati del loro privilegio, che, aprendo la loro particolarità, dovranno lasciare entrare il mondo nella loro eredità. Già il centro d’interesse si sposta da Gerusalemme a Betlemme. I preti e gli scribi danno la risposta giusta ma non si spostano: sono i pagani che trovano il Cristo d’Israele. I Magi tornano ai loro paesi, non rinunciano alle loro occupazioni, alla loro cultura, alla loro particolarità. Portano con se il Cristo senza ripassare da Gerusalemme: prendono un’altra strada e non hanno più bisogno di Erode, dei preti e degli scribi. Questo è ciò che è avvenuto nella chiesa primitiva come ci racconta la Pentecoste.

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