Chi è Gesù?

XXIV Domenica del T.O.

Chi è Gesù?

Il Vangelo di oggi ci ripropone la questione dell’identità di Gesù. Ogni uomo di buona volontà deve riconoscere che è un uomo “che viene dall’alto”, Colui che il Padre ha inviato. E’ il primo passaggio abbligato della fede. Ora c’è da fare il secondo: riconosciuta l’origine e l’identità di Gesù non si tratta che di seguirlo dove Egli va: verso la Pasqua, cioè a dire attraverso il male umano. Gesù pone questa questione a Cesarea di Filippo, la città più a nord di questo viaggio. I suoi apostoli lo hanno accettato e ricosciuta la sua identità, accettano di seguirlo anche a malincuore sulla via della Pasqua.

Oggi si legge come seconda lettura la lettera di Giacomo che Lutero non ha riconosciuto perché in contrasto, secondo lui, con quello che aveva insegnato Paolo. Credo che sia importante soffermarsi anche per avere idee chiare su ciò che ci distingue da Lutero. Noi non siamo giustificati davanti a Dio per ciò che facciamo o non facciamo ma per la fede in Lui. Non ci salviamo da noi stessi: è Cristo che ci salva. La salvezza è gratuita e non dipende dalle nostre opere. Questo è incontestabile ma la lettera di San Giacomo ci obbliga a chiederci cosa significa credere. Non dice che sono i nostri atti che ci salvano e non la fede ma chi dice di credere e non agisce in conseguenza non ha la fede anche se dice di averla. Giacomo ci cita la parola di Gesù:”L’albero si riconosce dai suoi frutti” . La fede non consiste nelle dichiarazioni o proclamazioni: il solo test è l’amore che è la sua forma visibile.

Credere non è aderire ad un sistema, ad una interpretazione del mondo nè ad una morale ma è mettere la propria fiducia in Qualcuno. Precisiamo: la preoccupazione numero uno di ogni uomo, il suo problema è di esistere, di valere, di “essere riconosciuto e poter dare un senso alla sua vita. Ma dove trovare questo valore e questo senso? Il mondo ci dona delle risposte: il denaro, la potenza, il valore, la reputazione. Il Cristo è la contestazione radicale di tutto questo. Dare la propria vita a queste cose, credere in esse, è la morte. Credere a Cristo è mettere la propria vita su di Lui e su ciò che rappresenta. Credere che Egli è la Parola che Dio ci indirizza: dunque la verità su Dio e sull’uomo.. Una verità che non è fatta di parole ma che è vita. E’ la strada da seguire.

L’esempio scelto da Giacomo è chiaro. Colui che non da al fratello ciò che reclama la sua vita, il suo corpo, può pure cantare a piena voce “io credo in Dio”. Di fatto ha paura di perdere ciò che ha, di diminuire la ricchezza perché profondamente non si sente uomo senza la ricchezza; è in essa che crede, in essa che conta come il proprietario della parabola che ingrandì i suoi magazzini. Ecco la fede reale: pensa di credere in Dio e invece crede in un idolo.

Paolo ha ragione: è la fede che salva. Credere in Dio, credere nell’amore, credere che il Signore è Colui che si è fatto servitore, questa fede è messa alla prova dalla vita cioè da cose molto semplici “fratelli e sorelle” che vogliono mangiare e bere, dormire sotto un tetto e portare abiti decenti, E non parlando di condiscendenza immaginando gesti di pietà non obbligatori: nel mondo in cui viviamo si tratta quasi sempre di giustizia come espressione elementare dell’amore.

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