Lontano dalla cupidigia

XVIII Domenica del T.O.

Lontano dalla cupidigia

Oggi il Signore affronta il problema del nostro rapporto con la ricchezza, tema interessante anche perché in questo periodo sembra che  nell’ambiente ecclesiastico sia, almeno a parole, esaltata la povertà, quasi che tutti avessimo la vocazione francescana. Invece, contrariamente a quanto si penserebbe, la povertà evangelica ha poco a che vedere col denaro. Mi ha sempre ripugnato quello che il mio concittadino scrisse del denaro definendolo “sterco del demonio”. Per me il denaro è avvicinabile all’Eucarestia, perché lo vedo dentro la sudata busta paga che un padre consegna alla moglie per mandare avanti la famiglia. Altro che sterco! Quello è “frutto della terra e del lavoro dell’uomo”!

Ovviamente però la ricchezza è oggettivata in denaro. Le cose si pesano in denaro. Quanto vale? Quanto costa? E questo anche per quanto riguarda i beni essenziali della vita come il mangiare, le medicine, le cure durante la malattia, l’assistenza durante la vecchiaia, la formazione dei propri figli, addirittura lo sport. Il denaro è importante e deve essere amministrato saggiamente. Nessuno può gettare il denaro per nessun motivo, neppure religioso. Gesù, molto prudentemente, ci mette in guardia per non farlo diventare un idolo.

L’idolo è un’opera delle mani dell’uomo. In ogni opera l’uomo si esprime: fa uscire quello che è dentro di lui. In un certo senso l’opera è immagine dell’uomo. L’opera diviene un idolo quando l’uomo gli chiede di dare un senso alla sua vita, quando invece l’opera prodotta non ha altro senso che quello che l’uomo gli dà. In caso contrario nell’idolo c’è l’uomo stesso che contempla e adora, perché l’idolo è la sua immagine. Pretendendo che fosse Dio, gli uomini non pretendono altro che di essere Dio. Ora poiché l’uomo è destinato alla morte, l’idolo non è che l’immagine della morte. Chiedere la sicurezza alla ricchezza è chiederla al proprio cadavere. La ricchezza è ingannevole perché moltiplica le possibilità dell’uomo. Col denaro si possono fare tante cose. Ma quali cose? Tutto. Sì, ma che cosa? Altri idoli, che non chiudono la porta alla morte.

Da ricordare che la ricchezza non si riduce al denaro o ai magazzini di grano. La ricchezza che conta per uno scrittore è il successo dei suoi libri; per una donna, la bellezza; per un prete la riuscita nel ministero; per un contemplativo la sua vita spirituale. Tutto può diventare idolo. Per questo S. Giovanni della Croce spiega che bisogna passare dalla notte dello spirito. Davanti a Dio, noi non possiamo che presentare la nudità originale. È là che si trova il terreno per mettere le fondamenta di tutto: partire dal niente.

La Bibbia proibisce ogni immagine di Dio, perché ce n’è già una vera: l’uomo. L’uomo con alla sommità Cristo, che è l’uomo per eccellenza, l’immagine totalmente somigliante (Col 1,15). L’immagine si degrada in idolo quando è immagine dell’uomo invece che immagine di Dio. Facendosi immagine di Dio, l’uomo si supera, supera la sua morte. “Bisogna infatti che questo essere corruttibile rivesta l’incorruttibilità, che questo essere mortale rivesta l’immortalità” (1Cor 15,33). Ecco ciò che può dare un senso alla nostra vita, un senso, cioè una direzione, una strada su cui marciare. Non c’è più senso né cammino se interviene la morte.

A questo punto possiamo riascoltare la seconda lettura che ci invita a guardare verso Cristo. Non parla di idoli; ci parla della nostra creazione permanente ad immagine di Dio. Infine si tratta della morte. Ma cosa si tratta di far morire? Certamente ciò che conduce alla morte: i nostri idoli.  Alla fine, non c’è che il Cristo vivente che è tutto in tutti.

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